VITA DIS-ORDINATA

La mia visione del mondo, in poche parole

Australia e lavoro: la favola che non mi hanno raccontato (o meglio, quella che hanno raccontato solo agli altri)

Prima di partire per l’Australia mi sentivo pronta, motivata e… illusa.
Avevo passato settimane a raccogliere testimonianze, messaggi vocali, screenshot di chat da parte di chi era già qui.
Tutti, e dico TUTTI, raccontavano la stessa storia:

  • “Ho trovato lavoro in due giorni!”
  • “Appena atterrata, mi hanno assunto mentre aspettavo il bagaglio!”
  • “In Australia cercano gente ovunque, ti fermano per strada per offrirti un contratto!”

Insomma, la sensazione era che trovare lavoro fosse più facile che trovare un koala su un albero.
Io ci ho creduto. Ho pensato: ‘Che bello, cambio vita, prendo il sole e nel frattempo scelgo con calma il lavoro dei miei sogni’.

Ecco… per me non è andata proprio così.

La fortuna: l’ospite che non si è presentato

Appena arrivata, ho subito capito che la mia famosa “botta di fortuna” aveva probabilmente preso un volo diverso dal mio.
I primi lavori che mi sono capitati erano gestiti da persone non australiane – nulla contro di loro, anzi – ma il tipo di ambiente, l’organizzazione e lo stress mi riportavano esattamente alla mia vecchia vita in Italia.
E visto che avevo attraversato mezzo pianeta proprio per cambiare aria… beh, ho detto di no.

Certo, avrei potuto stringere i denti, accettare e “far esperienza”, ma la verità è che quando lasci il tuo Paese per ricominciare, l’ultima cosa che vuoi è ritrovarti nello stesso identico film, solo con sottotitoli in inglese.

L’approccio da manuale (sbagliato)

Come se la sfortuna non bastasse, ci ho messo del mio.
Il mio piano iniziale era impeccabile: “mi candido online, preparo il CV, scrivo cover letter perfette e nel giro di una settimana ho tre colloqui”.

La realtà?

  • Silenzio.
  • Nessuna email di risposta.
  • Nessun “ti chiamiamo noi”.

Solo dopo ho capito che qui, in Australia, la strategia vincente è molto più semplice e molto meno digitale:
scarpe comode, curriculum in mano e via di porta a porta.

Si entra nei locali, si fa un sorriso (anche se dentro stai pensando “non capiranno una parola del mio inglese”), si lascia il CV e magari si improvvisa anche una piccola chiacchierata con il manager.
È questo il modo per farsi notare.
Peccato che io, con tutta la mia intraprendenza italiana, abbia perso le prime settimane incollata allo schermo del PC, convinta che prima o poi il miracolo sarebbe arrivato via email.

Colloqui in inglese: una sit-com personale

Quando finalmente ho iniziato a muovermi di persona, è arrivata un’altra sfida: l’inglese.
Immaginate la scena:

  • Io, davanti a un manager australiano sorridente, pronta a spaccare il mondo.
  • Lui che mi fa una domanda velocissima su “previous experience”.
  • Io che rispondo sicura… ma a metà frase mi accorgo che sto mescolando italiano, inglese e una lingua inventata.

Non so come, ma alla fine di uno di questi colloqui credo di aver chiesto un “pizza job” mentre cercavo di dire “kitchen hand”.
Risultato? Un bel “we’ll let you know” che, tradotto, significa “non ti richiameremo mai”.

Ora va meglio (ma la strada è lunga)

Dopo un bel po’ di tentativi, porte in faccia e figure linguistiche, finalmente ho trovato un lavoro.
Non è il lavoro dei sogni, ma è un lavoro che mi permette di pagare le spese, vivere serena e soprattutto imparare.

Non è stato un percorso rapido né semplice come molti raccontano.
Ma non voglio dipingere tutto di nero, anzi: questa esperienza fa parte del viaggio.
Sapevo che non sarebbe stato tutto facile, e va bene così.

Cosa sto imparando da tutto questo

  • Faccia tosta: quella che in Italia non avrei mai avuto, qui la sto tirando fuori a forza.
  • Introversione in stand-by: quando devi bussare a dieci porte al giorno, non puoi permetterti di essere troppo timida.
  • Inglese in modalità turbo: quando l’unica alternativa è comunicare a gesti, l’inglese ti entra nel cervello velocissimo.

Ogni difficoltà mi sta cambiando, e in meglio.

Morale

Non sempre l’Australia ti accoglie con un contratto di lavoro e una corona di fiori.
A volte ti accoglie con silenzi nelle caselle di posta, CV lasciati a decine di locali senza risposta, colloqui imbarazzanti e qualche porta chiusa in faccia.

Ma è proprio questo che rende l’esperienza autentica.
Non sei venuto qui per fare una vacanza lunga, sei venuto per crescere, imparare, sbagliare e ridere delle tue disavventure.

E, a pensarci bene, la strada è piena di curve… ma almeno il paesaggio è spettacolare e il viaggio, anche se tortuoso, vale ogni passo.

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