VITA DIS-ORDINATA

La mia visione del mondo, in poche parole

Una giornata “off” da lavoro a Surfers Paradise (piccolo spoiler: non è affatto off)

Mi sveglio. Lentamente. Il cervello impiega qualche secondo a caricare il sistema operativo. Mi guardo intorno spaesata e per un attimo non so se sono a Surfers Paradise o in un campeggio post-Coachella. Poi sento un tizio con l’accento tedesco urlare “I lost my socks!”, qualcuno già in costume che si spruzza profumi e deodoranti di dubbia provenienza. Ok, sono in ostello. Australia confermata.

Faccio una buona colazione, di quelle che ti fanno sentire protagonista di una pubblicità del Mulino Bianco… peccato che invece del casale in Toscana sono in un ostello a Surfers Paradise, circondata da zaini enormi, ciabatte appese ovunque e un britannico convinto che sia normale bere il cappuccino con la pizza.

Mi lavo, mi vesto (quello che trovo nello zaino senza fare troppo rumore) e inizia la grande missione: la ricerca del lavoro migliore. Perché sì, un lavoro ce l’ho. Ma se posso trovarne uno migliore magari dove non mi chiamano “babe” ogni cinque minuti, tanto vale tentare.

Esco, con la determinazione di chi crede ancora nei sogni e con 20 curriculum freschi di stampa. Li distribuisco ovunque: caffetterie fighette, negozietti per turisti, chioschi sulla spiaggia e perfino una gelateria italiana dove mi hanno chiesto se so fare “il vero espresso” (giuro, stavo per piangere).

Torno in ostello con il passo di chi ha dato tutto, ma ha ricevuto solo un “Ti facciamo sapere”.

Mi preparo un pranzo veloce: pasta con sugo Barilla preso al supermercato, nella vana speranza di ritrovare i sapori di casa… spoiler: non pervenuti. Sa di pomodoro, sì, ma pomodoro cresciuto con l’accento australiano. Però sull’etichetta c’è scritto “autentico italiano” con tanto di font tricolore, quindi chi sono io per mettere in dubbio il marketing? Alla fine, in ostello, ci si consola con poco. E oggi quel poco ha forma di penne troppo cotte.

Poi mi piazzo al PC e continuo la caccia al lavoro perfetto online. Cerco annunci, mando CV, evito quelli che iniziano con “opportunità dinamica in ambiente giovane” — codice per “ti paghiamo in pacche sulle spalle”.

Mi dedico poi al mio blog (ciao, siete voi!) e alla mia nuova pagina Instagram, cercando l’angolazione giusta per far sembrare glamour anche la vita in ostello con i calzini stesi sopra il mio letto a castello.

Nel frattempo, aspetto che il mio ragazzo torni dal lavoro. Quando arriva, inizia la parte relax della giornata: si esce. Passeggiata sul lungomare di Surfers, tramonto arancione che sembra photoshoppato, surfisti ovunque e una sensazione costante di essere in una serie tv che però non ci ha ancora scritturati.

Se siamo carichi, facciamo anche un bel giro in bici (lui fischietta, io mi aggrappo al manubrio come se fosse una prova di sopravvivenza). Rientriamo per cena. La cena la preparano quelli dell’ostello, con il loro ormai leggendario menù fisso: pasta immancabilmente stracotta, verdurine surgelate che nemmeno si sforzano più di sembrare fresche e panna… ovunque. Panna nel sugo, forse anche nel tè. Ma hey, è gratis, e dopo una giornata così va bene tutto. Basta chiudere gli occhi, masticare forte e pensare positivo.

Poi arriva l’appuntamento immancabile: la videochiamata con la mia famiglia in Italia.
– “Allora, com’è andata oggi?”
– “Bene dai, ho lasciato altri curriculum.”
– “Ma ce l’hai già un lavoro, no?”
– “Sì, ma ne cerco uno meglio.”
Sguardo italiano di disapprovazione passiva-aggressiva
– “Ah.”

Infine si va a dormire. O meglio: si tenta di dormire tra uno che russa, uno che smanetta sul telefono con la luce accesa e qualcuno che ha deciso che mezzanotte è l’ora giusta per suonare la chitarra.

E così si conclude la mia giornata “off”.
Che in confronto alla giornata “on”, ha solo meno paga… e più ironia.

Alla fine della giornata, diciamocelo: vivere in Australia non è tutto sole, surf e smoothie alla banana.
Dietro ogni foto con vista oceano ci sono CV lasciati a raffica, pasti discutibili cucinati in pentole comuni e momenti in cui ti chiedi seriamente se stai facendo la cosa giusta.

Per alcuni magari è andata liscia davvero — sono atterrati, hanno trovato casa, lavoro, amici e il senso della vita tutto nel primo weekend.
Per me? È un po’ più “alla giornata”, diciamo.

Ma ogni esperienza è a sé. Non ci sono istruzioni, né garanzie.
L’unica cosa davvero importante è provarci fino in fondo, riderci sopra quando tutto sembra assurdo, e non farsi abbattere dalle prime difficoltà (né dalle seconde né dalle terze).

In fondo, anche questo caos fa parte del viaggio. E almeno avremo un sacco di storie da raccontare… magari davanti a un vero piatto di pasta. Prima o poi.

2 risposte a “Una giornata “off” da lavoro a Surfers Paradise (piccolo spoiler: non è affatto off)”

  1. che bello, super interessante questo blog!

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