Questo ultimo mese in Australia ha un sapore strano, difficile da definire con una sola parola. È come vivere sospesa tra due mondi: da una parte la bellezza intensa di ciò che ho vissuto qui, dall’altra un’inquietudine sottile che non riesco a ignorare.
Ci sono giorni in cui mi basta alzare lo sguardo per sentirmi grata. I tramonti sembrano dipinti, le albe hanno quella luce morbida che ti entra dentro senza chiedere permesso. È stato un anno pieno, più di quanto mi aspettassi. Ho scoperto lati di me che non conoscevo, ho superato limiti che pensavo fossero invalicabili. Sono cresciuta, anche senza rendermene conto, passo dopo passo.
Eppure, insieme a tutto questo, c’è una sensazione costante di preoccupazione. Il mondo, là fuori, sembra instabile. Le notizie arrivano come onde improvvise e portano con sé un senso di incertezza che si insinua nei pensieri più tranquilli. A volte mi ritrovo a chiedermi quanto siano fragili i piani che facciamo.
La cosa che mi pesa di più è questa sensazione di dipendenza da fattori fuori dal mio controllo. L’idea che anche qualcosa di semplice, come il viaggio di ritorno, possa diventare complicato o incerto. Come se bastasse poco — una crisi, una mancanza, un cambiamento improvviso — per rendere tutto più difficile.
E allora mi ritrovo in questo equilibrio delicato: da una parte la voglia di godermi ogni ultimo momento qui, dall’altra la testa che corre avanti, che immagina scenari, che cerca di prepararsi a ciò che potrebbe succedere.
So però una cosa: questo non è un addio. L’Italia sarà solo una tappa, un passaggio necessario. Il piano è chiaro nella sua semplicità — tornare qui il prossimo anno. E forse è proprio questo pensiero che mi tiene ancorata: sapere che non sto chiudendo un capitolo, ma solo girando pagina per un po’.
Questo anno mi ha dato tanto. Più di quanto avrei potuto prevedere quando sono partita. Non solo luoghi, ma esperienze, incontri, cambiamenti interiori. E forse è normale che, quando qualcosa è stato così importante, l’idea di lasciarlo — anche solo temporaneamente — porti con sé un po’ di paura.
Forse la verità è che non si può vivere qualcosa di bello senza accettare anche una parte di incertezza. Che la crescita passa anche da qui: dal restare presenti anche quando il futuro non è completamente definito.
E quindi provo a fare questo. Restare qui, adesso. Guardare ancora un tramonto, respirare profondamente, e ricordarmi che, nonostante tutto, questo viaggio — dentro e fuori — ne è valsa la pena.
Cerco di rallentare, di non lasciare che la paura del domani rubi spazio alla bellezza di oggi. Mi accorgo di quanto ogni piccolo momento abbia un valore diverso adesso: una risata condivisa, il silenzio di una sera, il rumore del vento tra gli alberi. Sono dettagli che forse prima avrei dato per scontati, ma che ora sento più intensamente, come se volessi trattenerli un po’ più a lungo.
C’è anche una parte di me che si emoziona pensando a tutto quello che ho costruito qui, alle persone incontrate, ai legami nati quasi per caso e diventati importanti. Lasciare tutto questo, anche solo temporaneamente, fa male in un modo dolce, come quando sai che qualcosa è stato così bello da meritare nostalgia.
E allora mi concedo di sentire tutto: la gratitudine, la malinconia, la paura e anche la speranza. Perché forse è proprio questo mix di emozioni a rendere questo momento così vero. Non perfetto, non semplice, ma autentico.
E mentre il sole scende ancora una volta all’orizzonte, mi ricordo che ogni fine porta con sé un nuovo inizio. Anche se non so esattamente cosa mi aspetta, so che porterò con me tutto ciò che questo anno mi ha insegnato. E forse, in fondo, è proprio questo che conta davvero.

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