VITA DIS-ORDINATA

La mia visione del mondo, in poche parole

Australia, il Paese dei sogni… e della lotteria. Quando il tuo futuro dipende dalla fortuna

88 giorni di lavoro, sacrifici, sudore e speranze. E poi? Un’attesa infinita, un visto che non arriva e la sensazione di essere finiti in un limbo dal quale non si sa come uscire.

Quando siamo partiti per l’Australia, sapevamo che sarebbe stata un’esperienza capace di metterci alla prova. Nuove abitudini, nuovi lavori, nuove persone, una lingua diversa e quella voglia irrefrenabile di scoprire tutto ciò che questo Paese ha da offrire.

Quello che non avevamo messo in conto, però, era di doverci ritrovare a combattere contro la burocrazia, le nuove regole e un’attesa capace di mettere a dura prova persino la persona più paziente del mondo.

E credetemi, io paziente non lo sono mai stata particolarmente.

88 giorni per guadagnarsi un altro anno in Australia

Chi ha fatto un Working Holiday Visa sa di cosa sto parlando. Sa cosa significa lavorare per 88 giorni in determinate località e settori, spesso lontano dalle città, dalle comodità e da tutto ciò che conosciamo.

Sa cosa significa alzarsi presto, lavorare duramente, sopportare la stanchezza e, a volte, accettare condizioni che non sarebbero esattamente la nostra prima scelta, tutto con un obiettivo ben preciso: guadagnarsi la possibilità di restare in Australia per un altro anno.

Perché quegli 88 giorni non sono soltanto giorni di lavoro. Sono un investimento. Sono sacrifici fatti oggi per poter continuare a vivere un’esperienza che ci sta dando tanto. Sono la promessa che facciamo a noi stessi quando siamo stanchi morti, ma continuiamo a lavorare perché sappiamo che ne varrà la pena.

Io e il mio ragazzo quegli 88 giorni li abbiamo fatti. Ci siamo impegnati, abbiamo rispettato le regole e abbiamo seguito il percorso previsto per poter richiedere il nostro secondo Working Holiday Visa.

Abbiamo fatto quello che ci veniva chiesto di fare, convinti che, una volta soddisfatti i requisiti, avremmo potuto proseguire il nostro percorso.

E invece eccoci qui.

Benvenuti nella nuova era: quella della lotteria

Nel frattempo, le regole sono cambiate. O meglio, il sistema si è trasformato in qualcosa che, per chi sogna di continuare la propria avventura australiana, assomiglia sempre più a una lotteria.

Non basta più impegnarsi, lavorare e soddisfare determinati requisiti per avere la certezza di poter proseguire lungo il percorso previsto. Con il nuovo sistema, anche chi rispetta le condizioni richieste può ritrovarsi a dipendere da una selezione casuale, con un numero limitato di posti disponibili.

E allora mi chiedo: a cosa sono serviti tutti quei sacrifici?

Perché sia chiaro, non è che con il nuovo sistema si possa stare comodamente seduti sul divano ad aspettare che la fortuna bussi alla porta. Anche qui bisogna darsi da fare, lavorare nei luoghi e nei settori previsti e soddisfare i requisiti richiesti.

La differenza è che tutto questo, anziché rappresentare un percorso verso un risultato concreto, rischia di diventare soltanto il biglietto d’ingresso a un’estrazione.

Ti impegni, fai quello che devi fare, rispetti le regole e poi… incroci le dita.

Per il secondo anno, le possibilità di essere selezionati dipendono dal numero di candidature e dai posti disponibili. Per il terzo, la situazione appare ancora più scoraggiante: i numeri di cui si parla sono quelli di migliaia di posti a fronte di decine di migliaia di richieste.

Naturalmente, le cifre effettive dipendono dal programma e dal periodo di riferimento, ma il concetto non cambia: non è più soltanto una questione di impegno e requisiti. Entra in gioco la fortuna.

E io, dopo 33 anni di vita, ho ormai maturato una certa consapevolezza del rapporto complicato che ho con la signora Fortuna. Diciamo che non ci frequentiamo molto volentieri.

Il terzo anno, per il momento, preferisco quasi non prenderlo in considerazione. È diventato un pensiero lontano, uno di quei sogni che metti da parte perché rischiano di farti venire il nervoso ancora prima di cominciare.

Ma il secondo anno è un’altra storia. Ed è proprio qui che comincia il bello. O, per meglio dire, il brutto.

Il limbo del secondo Working Holiday Visa

Io e il mio ragazzo abbiamo presentato le nostre domande per il secondo Working Holiday Visa a luglio.

Ad oggi, siamo ancora in attesa.

Nessuna risposta definitiva, nessuna certezza su quando arriverà una decisione. Soltanto il silenzio.

La nostra situazione, almeno per come la comprendiamo, è particolare: abbiamo presentato la domanda prima dell’introduzione del nuovo regolamento e riteniamo quindi che la nostra richiesta debba essere valutata secondo le disposizioni precedenti, in base alle norme transitorie applicabili.

Eppure, nel frattempo, ci troviamo bloccati in una specie di limbo burocratico.

Non siamo nella condizione di poter programmare serenamente il nostro futuro, ma non abbiamo nemmeno una risposta definitiva che ci permetta di capire come muoverci.

Aspettiamo.

Aspettiamo che qualcuno esamini la nostra domanda, che il sistema faccia il suo corso, che arrivi finalmente quella comunicazione capace di toglierci questo peso dalle spalle.

E intanto i giorni passano.

La cosa frustrante è che non stiamo chiedendo un trattamento speciale. Non stiamo chiedendo di saltare la fila o di ottenere privilegi che non ci spettano. Vorremmo semplicemente che la nostra richiesta venisse valutata e che ci fosse chiarezza sulle regole applicabili alla nostra situazione.

Perché un conto è aspettare una risposta sapendo che ci sono dei tempi da rispettare. Un altro è vivere nell’incertezza, senza sapere quando finirà questa attesa e quanto ancora dovremo mettere in pausa i nostri progetti.

E qui arriva la domanda: è normale che un’esperienza nata per darci libertà, scoperta e nuove opportunità finisca per tenerci appesi a una decisione burocratica?

Quando la politica entra nella vita delle persone

Ammetto che questa situazione mi porta a essere molto critica nei confronti delle scelte politiche che stanno cambiando il sistema dei visti.

Capisco che un Paese abbia il diritto di stabilire le proprie regole migratorie, di gestire gli ingressi e di decidere quali politiche adottare. L’Australia non è obbligata a garantire a nessuno la possibilità di restare per sempre.

Ma tra stabilire delle regole e creare un sistema in cui l’impegno delle persone rischia di non essere sufficiente c’è una differenza enorme.

Ed è proprio questa differenza che mi fa arrabbiare.

Perché dietro ogni domanda di visto ci sono persone vere. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno attraversato il mondo, che hanno investito soldi, tempo ed energie per vivere un’esperienza diversa. Ci sono persone che lavorano duramente, che si adattano, che cercano di fare le cose nel modo giusto e che magari hanno trovato in Australia qualcosa che non si aspettavano nemmeno di trovare.

Ci sono coppie che stanno costruendo ricordi, amicizie, progetti e una quotidianità che vorrebbero continuare a vivere.

Non siamo soltanto numeri in una graduatoria o domande da elaborare su uno schermo.

Siamo persone che hanno scelto di venire qui, di mettersi in gioco e di contribuire, nel proprio piccolo, alla vita di questo Paese.

E sapere che tutto questo può essere compromesso da cambiamenti normativi, selezioni casuali o attese interminabili fa male.

Non perché pensiamo che tutto ci sia dovuto, ma perché vorremmo almeno poter contare su regole chiare e procedure che funzionino.

Il vero problema non è soltanto il visto. È tutto quello che ci sta intorno.

La parte più difficile, infatti, non è nemmeno l’attesa in sé.

È tutto quello che l’attesa si porta dietro.

Come si fa a programmare i prossimi mesi senza sapere se potrai restare? Come si prendono decisioni sul lavoro, sulla casa, sui viaggi o semplicemente sulla propria vita quotidiana quando tutto dipende da una risposta che non arriva?

Come si fa a godersi davvero il presente quando una parte della testa è costantemente occupata dalla stessa domanda: ma quando ci rispondono?

Ogni giorno provi a non pensarci. Ti dici che non puoi farci niente, che devi avere pazienza, che prima o poi arriverà una risposta.

Poi magari controlli di nuovo lo stato della domanda. Cerchi informazioni, leggi le esperienze degli altri, provi a capire se ci siano novità.

E ricominci da capo.

È un circolo vizioso che ti consuma energie mentali, anche quando cerchi di non dargli troppo spazio.

E la cosa assurda è che noi vorremmo semplicemente continuare a vivere la nostra esperienza australiana. Vorremmo lavorare, viaggiare, scoprire posti nuovi e goderci il tempo che abbiamo scelto di trascorrere dall’altra parte del mondo.

Invece, ci ritroviamo a vivere nell’attesa di un’autorizzazione che, almeno per il momento, non sappiamo quando arriverà.

Altro che vivere alla giornata!

Qui siamo passati direttamente al livello successivo: vivere alla giornata, ma con un occhio costantemente puntato sulla posta elettronica.

E adesso? Aspettare, ovviamente.

La risposta, per il momento, è sempre la stessa: aspettare.

Avere pazienza. Lasciare che le procedure facciano il loro corso. Sperare che la nostra domanda venga esaminata e che tutto si risolva nel modo giusto.

Peccato che pazienza e attesa non siano esattamente due delle mie qualità migliori.

Anzi, se dovessi stilare una classifica delle cose che sopporto meno al mondo, l’incertezza occuperebbe probabilmente uno dei primi posti.

Mi piace avere progetti, organizzarmi, sapere almeno in quale direzione sto andando. Non ho bisogno di controllare ogni singolo dettaglio della mia vita, ma vorrei poter fare delle scelte senza sentirmi costantemente in balia degli eventi.

E invece, in questo momento, l’unica cosa che possiamo fare è aspettare.

Aspettare una risposta. Aspettare che la situazione si sblocchi. Aspettare di capire se potremo continuare a vivere questa esperienza oppure se saremo costretti a rivedere i nostri piani.

E, nel frattempo, cercare di non perdere la testa.

Non voglio smettere di credere nell’Australia

La cosa importante, però, è che tutta questa frustrazione non cancella ciò che provo per questo Paese.

L’Australia continua a essere un luogo incredibile, pieno di opportunità, paesaggi mozzafiato, persone da conoscere ed esperienze che ti cambiano.

È proprio perché ci siamo affezionati a questa vita che ci fa così male pensare di non poterla continuare per motivi che, almeno in parte, sembrano fuori dal nostro controllo.

Se non ci importasse nulla, probabilmente non saremmo così arrabbiati.

La verità è che vorremmo restare. Vorremmo avere la possibilità di continuare a scoprire questo Paese, di viverlo ancora un po’, di raccogliere altri ricordi e di vedere dove ci porterà questa avventura.

Non chiediamo garanzie sul futuro. Chiediamo la possibilità di sapere quale futuro ci aspetta.

E, soprattutto, vorremmo che gli sforzi fatti finora non finissero per sembrare inutili.

Perché quegli 88 giorni ce li siamo guadagnati lavorando. Non sono stati un regalo, una scorciatoia o un colpo di fortuna. Sono stati tempo, fatica e sacrifici.

E vorremmo che tutto questo continuasse ad avere un senso.

Per ora, quindi, non ci resta che aspettare. Con la speranza che la burocrazia faccia il suo corso, che arrivi finalmente una risposta e che questa storia possa trasformarsi in un ricordo da raccontare con un sorriso, anziché con il sistema nervoso ancora a pezzi.

Anche se, lo ammetto, la mia pazienza è ormai agli sgoccioli.

Cara Australia, abbiamo fatto quello che ci veniva richiesto, abbiamo rispettato le regole e siamo pronti a continuare la nostra avventura.

Adesso, però, tocca a te.

E se proprio deve essere una questione di fortuna, almeno per una volta, fateci il favore di metterci dalla parte giusta della lotteria.

Firmato: una ragazza di 33 anni che vorrebbe soltanto vivere il suo sogno australiano senza dover perdere anche la salute mentale per colpa di un visto.

To be continued… speriamo con buone notizie.

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